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BI.MA 1 - 2006

BIENNALE DI MALINDI - EDIZIONE 2006

BIENNALE DI MALINDI - EDIZIONE 2006 - LA BIENNALE DI MALINDI

ALI BABA E I 40 ARTISTI - o come accostarsi a Malindi di  Eric Girard-Miclet



Piove. E' una pioggia sottile e uggiosa che cola sui vetri delle finestre. Il bar della stazione di questa cittadina del centro della Francia, in cui aspetto la coincidenza, trasuda la noia, la noia di vite stabili e regolari, di vite senza sole, affidate sin dall'inizio alle cure dei libretti di risparmio e delle casse pensioni. Il mio bagaglio contiene giusto poche cose, di che restare presentabile per qualche giorno e un pò di lettura. Sarenco mi ha appena chiamato, aspetta il mio testo per la biennale, è appena rientrato da Malindi e ASPETTA IL MIO TESTO ! Sono in ritardo, lo sospettavo ma adesso è proprio vero. Avrei dovuto tenere il portatile spento.
Malindi ! Non ho osato chiedergli come era il tempo laggiù, conosco la risposta: caldo con quella brezza che gonfia le vele dei dhows sull'ocean e i veli delle donne nelle strade...Non è originale ma cosa non darei per ritrovarmi all'istante in pieno oceano, a qualche ora da Malindi, nel punto esatto in cui si cominciano a scorgere i primi uccelli che annunciano l'avvicinarsi della terra. Chiudo gli occhi, schiocco le dita ma niente, nessun buon genio esaudisce il mio desiderio ! Aladino, Aladino, dove sei?

Malindi? Dov'è Malindi? Come ci si va? Cosa vai a fare lì? Nessuno dei miei amici francesi a cui parlo del progetto della biennale d'arte di Malindi, la conosceva.
I francesi non si sono mai interessati all'Africa Orientale. Da due secoli propendono più per l'ovest.
Malindi, cari amici miei è in Kenya, sulla riva dell'Oceano Indiano, a nord di Mombasa, ci si può andare in tappeto volante, o in mancanza, anche in aereo. E' l'antica costa dei zenj, il paese degli swahili, i popoli delle rive, certo, questo è il loro nome, dall'arabo sahel.
Tanto tempo fa, sospinti dai venti, i mercanti indiani, persiani, omanesi, cinesi, accostarono qui, poi Vasco de Gama, che un marinaio di Malindi guidò in seguito verso le Indie (la storia non ha conservato il nome del marinaio ed è un peccato), e altri ancora.
Quando l'Europa partiva per le crociate attraverso il Mediterraneo, un altro Mediterraneo, quello equatoriale, commerciava e si arricchiva con l'oro, l'avorio, le spezie e gli schiavi. Eccovi, dunque, alcuni cenni storico-geografici su questa costa dove si mescolano tranquillamente Africa e Oriente, completamente meticcia e in questo profondamente originale e incantatrice.

Sto ancora indugiando, sognando, sono lento come un languido taarab al calar della sera. Veniamo ai fatti, a questa storia assai bizzarra, a prima vista, di una biennale d'arte contemporanea a Malindi. Ma prima giusto una rapida deviazione (promesso sarà l'ultima), passando dalle biennali appunto.

Quando si parla di biennale si pensa subito a Venezia (e a giusta ragione, almeno per Venezia) ma in questi ultimi anni sulla scia della bella veneziana ben altre biennali (e triennali) d'arte contemporanea si sono moltiplicate, un pò ovunque nel mondo: a La Havana, Shanghai, Sao Paolo, Valenza, Istanbul, Cuenca, Lione, Tirana, Singapore, Siviglia, Cracovia, Bucarest, Sydney, Sante Fé, Yokoama, solo per citarne alcune.

Le biennali d'arte contemporanea sono ormai divenute un fenomeno mondiale e mondano, un passaggio obbligato per tutte quelle città o nazioni che vogliono creare un evento e dare di esse un'immagine moderna e dinamica, con quel tocco indispensabile di glamour.
Create, a volte, in paesi che non avevano mai manifestato prima il più pallido interesse per l'arte odierna, le biennali son frutto innanzitutto di un volontà politica.

Sebbene tali manifestazioni abbiano il merito di esistere, non possiamo che deplorare il fatto che in fondo si assomigliano tutte: gli stessi curatori, gli stessi artisti vengono proposti di biennale in biennale poichè si tratta non tanto di interrogarsi e di innovare quanto di alimentare il sistema dell'arte cosidetta internazionale seguendo scrupolosamente le tendenze del mercato.

Solo il continente Africano resta ai margini di queste grandi kermesse dell'arte contemporanea, fatta eccezione per le biennali di Dakar e del Cairo. Alcuni altri tentativi (Città del Capo, Harare) sono stati un fallimento. Si annuncia la ripresa (ma in quali condiziioni ?) della biennale di Johannesburg, interrotta nel 1997 dopo due solo edizioni. La Biennale del Cairo, caotica nella presentazione delle opere, assente in termini di comunicazione, sottomessa alla censura, ignora di fatto l'Africa subsahariana e rientra tra quelle manifestazioni meramente politiche e clientelari (specialmente riguardo agli Stati-Uniti e a certi paesi europei). Resta dunque Dakar, la Dak'Art (come si dice la Parigi-Dakar), ma questa biennale, malgrado il suo obiettivo dichiarato di rappresentare il continente africano nel suo insieme (la mostra è in effetti aperta a tutti gli artisti in possesso di un passaporto africano) è troppo incentrata sul Senegal e sui paesi dell'Africa dell'Ovest.
Anche se comincia ad attirare gli addetti ai lavori,dai galleristi ai collezionisti occidentali, resta il fatto che questa biennale rimane ancora largamente sconosciuta in Africa, indebolendo considerevolmente la sua vocazione originaria. Difficile immaginare come una sola biennale, situata all'estremità occidentale di un immenso continente, difficile da attraversare anche in aereo, potrebbe avere la pretesa di rappresentarlo efficacemente.

Ed eccomi di ritorno a Malindi (e questa volta ci resto, almeno sulla carta). L'idea trotterellava da un pò nella mente di Sarenco. Ne avevamo spesso parlato, ci sembrava indispensabile e particolarmente eccitante creare un evento consacrato all'arte dell' Africa, non inteso però come il pendant orientale della biennale di Dakar, no, piuttosto come una manifestazione che troverebbe in sè la sua propria necessità e che affonderebbe le proprie radici nella vita e nell'attività creatrice stessa.

Da più di venticinque anni ormai Sarenco viaggia attraverso tutta l'Africa e da più di vent'anni vive e lavora a Malindi. La sua opera, i suoi pensieri sono strettamente legati alla costa swahili, niente di più naturale allora di voler lanciare lì questa manifestazione appoggiandosi sull'avventura della Malindi Artist's Proof. Questa prima edizione della biennale di Malindi sarà perciò una sorta di cristallizazione temporale, la parte visibile, emergente del lungo lavoro realizzato da Sarenco e dagli artisti che hanno soggiornato a Malindi nel corso degli ultimi vent'anni.

La Malindi Artist's Proof, fondata da Sarenco nel 1986 (doveva essere inaugurata da Joseph Beuys deceduto poco prima) accoglieva e accoglie ancora numerosi artisti europei e africani. Non si tratta di un movimento artistico e ancor meno di una scuola ma di una libera comunità di artisti e di amici venuti a Malindi per lavorare, pescare, amare, mangiare, ridere e parlare. Bisognava innanzitutto non perdere mai di vista la vita. Basta ascoltare alcuni protagonisti o percorrere i loro scritti (per esempio Opere Africane di Eugenio Miccini) per capire subito che questi soggiorni somigliavano molto a delle iniziazioni alla felicità, vale a dire ad un nuovo modo di lavorare. E' certamente in tutto ciò che risiede l'apporto principale (e la lezione profonda), che ci si trovi sulla spiaggia o in un letto, a tavola o al lavoro, di Sarenco l'africano.

Non bisogna dimenticare che alcuni di questi artisti (Mondino, Williams, Miccini, Blaine, Sarenco, Clavin, Bory, Noel, Fontana, Innocente, Desiato, ecc.) facevano parte dei movimenti e gruppi d'avanguardia come la Body Art, il Neofuturismo, Fluxus, la Poesia Visiva e la rivista Doc(k)s...Senza voler qui ripercorrere la storia di questi movimenti, è d'obbligo sottolineare semplicemente che la libertà d'espressione e la militanza politica che hanno caratterizzato gli anni '60 e '70 hanno spinto gli artisti ad uscire fuori dalle loro torri d'avorio per confrontarsi alla vita quotidiana (ritrovando peraltro, l'attitudine dadaista).
Inoltre la mescolanza delle discipline e il lavoro di gruppo (riviste, performance, film) hanno ancorato l'attività artistica ad una rete di affinità e di amicizie.
L'incontro, lo scambio, la creazione collettiva facevano parte integrante del progetto artistico. Non è stata mai sottolineata abbastanza, secondo me, questa dimensione e questa preoccupazion etica del lavoro delle avanguardie, dimensione che ha spesso preso il sopravvento sulla formalizzazione estetica. L'amicizia (e con essa una certa forma di umanesimo, di resistenza e di sopravvivenza) funzionava dunque spesso come principio della sintesi tra arte e vita che tentarono alcuni gruppi come Fluxus. Si trattava non soltanto di creare in modo diverso ma di vivere in modo diverso, le due cose confondendosi in un'attitudine globale. Forti delle loro esperienze comuni e della loro amicizia, questi artisti si sono ritrovati a Malindi, proseguendo l'avventura sulle coste dell'Oceano Indiano e inaugurandovi una nuova fase della loro opera. La struttura stessa della Malindi Artist's Proof ricorda La Cédille qui sourit, luogo di creazione permanente, aperto nel 1965 da Robert Filliou e George Brecht a Villefranche-sur-Mer.

Tutto ciò per dire che questa biennale si presenta piuttosto come un gesto artistico, autonomo, rischioso, aleatorio forse ma giocoso. Per darle vita è occorsa una buona dose di energia, di quelle che le utopie risvegliano. Bisogna credere alla caverna piena d'oro (piena d'arte) di Alì Babà e ai 40 artisti e poeti, ladri di tempo, di parole e d'immagini.

Può sembrare strano, in effetti, di ritrovare in una piccola città della costa swahili degli artisti europei e americani che hanno segnato con la loro impronta la storia delle avanguardie. E' una delle ragioni per le quali parlo di utopia, nel senso di un paese immaginario e felice. In questo paese coesistono tutti i metodi e le tecniche utilizzate dagli artisti di questa generazione come altrettante armi al servizio della libertà e dello stravolgimento dei codici: l'humor, la deviazione, la trasgressione, l'istantaneità dell'idea, l'efficacia visiva, la trasformazione di un materiale qualsiasi in opera d'arte, la mescolanza dei generi, la giustapposizione di elementi disparati, le cose prese in prestito al cattivo gusto, all'attualità, ai media, il sovvertimento delle categorie estetiche, l'opera infine considerata come atto. (....)

(.....)

Claudio Costa vedeva sulla carta dell'Africa il profilo di un cranio preistorico, Sarenco e Blaine le ali di una farfalla, Rodney Place le tracce dei flussi migratori, ma possiamo anche intravedere l'impronta di un revolver. L'Africa è molteplice, mobile, mitica, mistica e postmoderna nello stesso tempo. Il dhow incrocia la moto d'acqua, l'albero degli spiriti cresce accanto alla chiesa e alla moschea, i machete sfidano i kalashnikov. E' su questo continente che si prefigura già la prossima forma di temporalità, la fase ulteriore del riciclaggio generalizzato: il mix radicale, feroce e gioioso delle epoche, delle credenze, delle pulsioni, delle lingue, dei modi di vivere, dei dogmi religiosi e dei sistemi politici (un Fluxus africano!) Eccom perchè l'Africa mi sembra oggi il miglior punto di osservazione per tentare di scorgere ciò che forse ci attende (ma che non potremo mai capire prima che avvenga, come i miracoli, insomma). E' con questa mappa che dobbiamo camminare dunque per inventare nuove piste e nuove tappe, lontane dagli itinerari convenzionali. E lo ripeto: al di fuori dell'arte non vedo come potremmo riuscirci altrimenti.

Sto cercando la conclusione. Le ultime parole sono spesso più difficili da trovare delle prime e perciò bisognerebbe cominciare da loro. Sarenco sta sempre aspettando il mio testo anche se non ci spera più (ma io spero che l'aspetti ora che l'ho quasi finito). All'inizio avevo pensato di concludere con una piroetta scippandogli il suo TO KILL THE END  ma ad un tratto un dipinto di Mondino mi è venuto in mente (avrei potuto d'altronde cominciare così). Su un grande linoleum color sabbia un uomo in djellaba cammina dietro a un mulo che trasporta un baule riccamente decorato. Il dipinto, a metà tra pittura orientalista e illustrazione di un racconto per bambini, si chiama Il trasportatore di opere d'arte. L'uomo cammina di buon passo e il mulo è quasi fuori dal quadro, possiamo subito immaginare una storia raccontata da una qualche Shéhérazade.
Quest'uomo che va di fretta è uno dei 40 artisti, viene da un'oasi lontana e si reca a Malindi dove ha un appuntamento.
Domani, davanti all'ingresso della caverna, non dovrà far altro che pronunciare la formula magica e la porta si aprirà.