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BI.MA 2 - 2008

BIENNALE DI MALINDI - EDIZIONE 2008

BIENNALE DI MALINDI - EDIZIONE 2008 - LA BIENNALE DI MALINDI

A proposito della Seconda Biennale Internazionale d’Arte di Malindi di Enrico Mascelloni
 
I
 
Cosa fosse una biennale d’arte era abbastanza chiaro a tutti, almeno sinchè quella di Venezia era praticamente la sola su scala mondiale, o tutt’al più condivideva il proprio scopo con altre rassegne internazionali di diverso nome ma di pari ambizioni (triennali, quadriennali e soprattutto Documenta). In sostanza e assai semplicemente essa proponeva ciò che sembrava in quel momento tempestivo e importante nel panorama internazionale. Un curatore, cioè uno storico dell’arte in genere a fine carriera invitava i propri amici artisti e alcune star del momento a giganteggiare contro lo sfondo non proprio peregrino della laguna. In genere l’evento sollevava il disappunto di tutti quelli che non vi erano invitati e la storia finiva lì, salvo venire recuperata l’eccellenza in occasione della manifestazione successiva, immancabilmente peggiore della precedente per chiunque non vi avesse preso parte.
 
Oggi, com’è ben noto, le biennali proliferano un po’ ovunque ma nessuno sa più cosa siano e che rappresentino. Di fatto hanno anche cessato di inquadrare i gusti del curatore, limitandosi o se si vuole ampliandosi sino a documentare senza sconti il sistema che l’ha ingaggiato. Il tema, ce n’è sempre uno, conta assai poco giacchè le opere contemporanee hanno la caratteristica di essere pluritematiche e nel generale eclettismo di motivi e linguaggi un artista qualsiasi può rappresentare a piacere la guerra, l’ecologia, la nonna o quant’altro si voglia. Basta dare un’occhiata ai titoli per capire quanto siano intercambiabili e dunque inutili.
 
Criticare una qualsiasi biennale è tuttavia sprecato e i commenti di cui sopra sono la constatazione di un generale disinteresse che domina ben al di là della soglia di ogni critica e persino oltre il successo e l’insuccesso in termini di visitatori, nel senso che Documenta di Kassel è ancora un evento che mobilita masse consistenti di pubblico, laddove la Biennale (per esempio) di Sharja vede presenti gli invitati all’inaugurazione (spesati di flight e accomandation”) eppoi qualche disperso turista in fuga dall’afa di Dubai.
Per artisti e curatori una biennale è un’occasione di visibilità e di teorico spiegamento di mezzi, giacchè i budget sono assai consistenti e persino gli artisti che hanno sempre lesinato i propri mezzi per comprimere i costi dell’opera possono finalmente “fare ciò che vogliono”, giacchè gallerie di supporto, amici o un più prosaico mutuo bancario sembrano non sprecati per un’occasione magari irripetibile. Per tutti una biennale è motivo di stress e non si concilia con il buonumore dei suoi protagonisti.
La Biennale di Malindi si distingue da quelle appena citate ? Sicuramente sul piano dell’umore dei curatori e del loro rapporto con l’arte contemporanea.
Sarenco, il suo fondatore, è stato uno dei protagonisti delle neoavanguardie degli anni ’60 e ’70 e da tempo, da più tempo che ogni altro, si occupa di arte contemporanea africana come complice promoter e mercante dei suoi protagonisti. Il sottoscritto viaggia in Asia Centrale da un paio di decenni e ha ovviamente privilegiato alcuni artisti di quelle aree, nonché dell’Africa subshariana in cui ha pure viaggiato estensivamente. Ma il principale attestato di originalità risiede nel fatto che ambedue, come d’altronde l’amico Eric Girard che ha curato l’edizione precedente, siamo sufficientemente rilassati dal trattare la contemporaneità artistica come merita: come momento tra i tanti di conoscere meglio il mondo e di farcelo piacere.
Il piacere di guardare l’opera e desiderarla domina questa biennale africana ispirata e spirata dalla brezza gonfia di risonanze dell’Oceano Indiano. Leggeri e belli, i lavori giungono sulla costa keniota senza fatica, senza la necessità di provvedere al loro montaggio con squadre di tecnici informatici. Ogni opera è collocata in un’opera di dimensioni colossali, la grande villa-compound di sarenco affrescata in ogni muro da Esther Mahlangu, la frescante Ndebele ormai nota anche in Europa per aver dipinto un nuova 500 Fiat in occasione di un’ambiziosa mostra torinese.
Poco avvezza alle automobili, Esther dà il meglio di sé cimentandosi sui muri riscaldati dal sole carnivoro dell’Africa, da quel sole che condivide con l’ombra l’amore per la superficie spensierata e per il languore abissale.
 
Mi piace inquadrare una mostra altrimenti difficilmente perimetrabile dando subito udienza alle opere di due donne artiste di altri continenti: l’italiana Liliana Malta è presente con quattro quadri che restituiscono in chi li guarda il languore abissale di un altro mare carico di storia, il Mediterraneo. Ma Liliana, come Esther e Almagul, assedia la storia dei nostri anni sino a farla uscire dall’opera, per riempirla poi di corpi attraversati da un blu insieme diurno e notturno come quello delle albe e dei tramonti lunghi, che sono infatti tipici del Mediterraneo. In Africa la notte cade improvvisa e nelle steppe asiatiche in cui è nata Almagul Menlibaeva la luce è densa delle lontananze in cui s’inabissa senza ostacoli (abisso orizzontale delle grandi steppe centrali). Le foto dell’artista Kazakha espellono la storia plumbea del tramonto sovietico e si tengono lontane anche dall’alba dei nuovi feticci nazional-islamici che intendono sostituirla. Anche i corpi di Almagul, come quelli di Liliana Malta, sono vestiti soltanto da una luce strana, lontana eppur carica di eventi, che fa rientrare dalla porta meno sorvegliabile quella storia in atto che ambedue le artiste, e Esther insieme ad esse, avevano perentoriamente gettato dalla finestra.
 
Asia e Europa si toccano, si guardano e si spingono da millenni, tantochè nessuno che abbia viaggiato attraverso le loro cento frontiere/cicatrici sa dove cominci l’una e finisca l’altre. Chi si è documentato con qualche classico sull’argomento (da Erodoto a Cacciari) sa almeno che la questione è sempre aperta a nuove interpretazioni. Chi vi balbetta qualche coglionata posto moderna, evocando le radici giudeo-cristiane dell’Europa e simili, non ha probabilmente mai viaggiato altrimenti che in aereo e dovrebbe almeno sapere che i politici di una volta erano assai più scarni e evitavano di evocare distinguo religiosi o livelli di civiltà, limitandosi a battute come “l’asia comincia oltre il Reno” (Clemenceau). Viene da pensare che i luoghi debbano sempre iniziare dal loro centro. Ma a diversità dei corpi il centro dei luoghi non esiste.
 
E l’Africa? A considerarla per ciò che è e per il modo in cui si dispone nessuno sa bene nemmeno dove cominci l’Africa, laddove il Sahara è un oceano non meno periglioso di quelli liquidi. Come ogni mare unisce e divide, ma trattandosi di un mare speciale non ha sponde e chi lo conosce sa bene che rappresenta il non-confine per antonomasia, ridendosela delle frontiere come nessun altro luogo al mondo. Di sicuro la corona araba ha sempre fatto di tutto per liberarsi del suo corpo nero, salvo utilizzarlo per qualche tratta remunerativa.
Molto spesso, pur percependone il peso, non sospettava nemmeno che esistesse e ai Fenici è sembrato logico colonizzare le coste europee piuttosto che avventurarsi verso sud.
 
Gli artisti africani la fanno da padroni (non soltanto di casa) e tutti provengono da quell’Africa che in mancanza di scandita identità geografica si è preferito chiamare “nera”, tanto per non perdere il vizio di ritenere il colore della pelle una discriminante di una qualche importanza, e tanto per distinguerla dal suo nord transahariano. Esther Malhangu, la più australe tra tutti gli artisti in oggetto, dimostra che in fondo nulla è causale. Nessuno le aveva chiesto di diventare un’artista, soprattutto nascendo in un luogo come il Sudafrica all’epoca dell’apartheid. Né credo che nessuno avesse chiesto la medesima cosa a Almagul, che è nata in epoca sovietica nei pressi di Karaganda, il più grande lager staliniano dell’Urss. E proprio partendo dall’Asia Centrale mi piace raccontare una storia di viaggio, che ha almeno lo scopo di ricordare che le scelte di questa biennale (per il sottoscritto come per Sarenco) sono il frutto di viaggi e d’incontri lungo le tratte del caso (o del destino?)
 
 
 
II
 
Anni fa, l’Urss era collassata da poco e la Cina sembrava pronta ad imitarla moltiplicando lo sfacelo per dieci, avevo deciso di transitare da Urumchi nel Xingjang a Alma-ata in Kazakhstan via treno, non solo per un’antica decisione di circolare in Asia rigorosamente via terra ovunque fosse possibile (e in fondo, dopo il 1991, ovunque o quasi era possibile), ma anche perché l’aereo che faceva la stessa linea era caduto due volte in poco più di un anno e mezzo. I cinesi mi avevano messo in guardia dalla rapacità dei doganieri kazaki postsovietici, ma avevo pensato che farsi derubare da una guardia di confine fosse comunque meno invasivo che farsi riattaccare le spoglie magari dalla medesima guardia di confine, che si sarebbe evitato lo spettacolo coprendosi il volto con il grande cappello che somiglia a una padella. Treno in orario, normale concentrato di puzza-galline-contadini-soldati-ladri (come d’altronde in molti treni italiani della mia giovinezza); sosta geologica al confine per cambiare il carro delle ruote dato il diverso scartamento dei binari tra i due imperi asiatici. Di notte raggiungiamo il lago Balkash più nero del cielo e a Ballkash-city il treno muore nell’indifferenza generale. Nessuno dice nulla; cerco d’informarmi a fatica in un russo amatoriale che non ho mai migliorato; vado dove va quello con l’aria più furba e non mi sbaglio. Salgo infatti in un altro treno appena arrivato da Semipalatinsk e diretto a Almaty, giacchè Alma-ata, nome largo e musicale si è trasformato nel telegrafico Almaty. Solo allora, ormai albeggiava, sento dire da qualcuno che il treno in realtà proviene da Novosibirsk e tra il sonno, la stanchezza e la puzza mi alzo in piedi e da solo come uno scemo recito a voce stentorea che sono sulla linea turko-siberiana, aggiungendo che l’ho sognata sin da quando ero piccolo, senza tacere che non avrei mai pensato fosse così simile alla centrale umbra, tanto nella sporcizia che nella faccia atona dei passeggeri (non è raro che parli da solo). Gli astanti ridacchiano compiacendo il sorriso con cui chiudo l’arringa e senza naturalmente capirne una parola, ma un signore dall’aria sorniona come Potgorny però dall’espressione assai più rilassata mi dice in ottimo italiano “sei umbro?” – dimenticavo di ricordare che sino a tempi recenti nell’ex impero sovietico era assai più facile incontrare qualcuno che parlasse italiano che inglese, quindi non mi sorpresi più di tanto. O comunque non mi sorpresi come quando, pochi secondi dopo avergli specificato “spoletino, per la precisione”, aggiunse che la questione del tempietto sul Clitunno (per l’appunto nei pressi di Spoleto) l’aveva molto amareggiato, ritenendolo longobardo e non paleocristiano come affermavano molti storici dell’arte altomedioevale. Determinai che tale erudizione sarebbe stata rara anche tra i passeggeri della centrale umbra e finii con l’esaminare l’uomo con un interesse che non sfuggì al suo sorriso leggero e stanco insieme, leggero forse per carattere e stanco sicuramente per storia e non per viaggio, come d’altronde quello di molti russi della sua generazione. Conoscevo certo il tempietto e persino le polemiche sulla sua datazione, giacchè in un pur limitato periodo della mia vita mi ero appassionato all’arte altomedioevale, cercandola ovunque fosse rintracciabile:
Glielo dissi e il mio compagno di viaggio non se ne stupì come se ne sarebbe invece stupito un qualsiasi viaggiatore della centrale umbra; gli sembrava perfettamente naturale che uno spoletino conoscesse tutto di quel monumento e persino della sua storia critica. Gli chiesi quando era stato in Umbria e mi rispose che aveva partecipato a un congresso a Trieste una trentina di anni prima. L’Umbria la conosceva soltanto dai libri e il tempio al dio Clitunno l’aveva visto in molti tra di essi. Mi aggiunse che andava a Tashkent e che si sarebbe fermato a Alma-ata solo per qualche ora.
Ero convinto di rivederlo e non feci troppo caso al cognome. Ricordo Piotr perché Piotr è facile a rammentarsi. E Piotr in un’alba nevosa mi accompagnò in taxi al vecchio e scassato Hotel Kazakhstan che ancora esiste, rinnovato al meglio delle sue potenzialità, trattò il prezzo con la concierge Valentina di cui sarei diventato amico, mi dette un indirizzo stampato a macchina come usava oltrecortina e s’incamminò verso la stazione che distava qualche kilometro come se non ci fosse nulla di più normale che fare una passeggiata sotto la neve a Almaty d’inverno alle 5 di mattina. Mi dissi che l’avrei ritrovato a Tashkent solo dopo qualche giorno, giusto il tempo di visitare la capitale del Kazakhatan in cui non ero mai stato prima, cercare non so bene cosa in ignoti bazar, dare un’occhiata ai suoi scabri musei e alla sua galleria semipubblica d’arte contemporanea dove sarebbero stati esposti, prevedevo, i soliti protagonisti di un realsocialismo rinnovato dalla furia eclettica dell’epoca. In realtà in Kazakhstan si stava formando una generazione di artisti sorprendenti (tra di essi Almagul) che avrei conosciuto, grazie a Valeria Ibraeva, solo qualche anno dopo. In fondo sono convinto che gli incontri migliori li si fa soltanto quando è necessario.
Quindi proseguii per Tashkent dove non ritrovai mai più Piotr perché ne avevo perso il biglietto da visita. Nella capitale uzbeka c’era una imprevista mostra d’arte africana, come una zattera della fratellanza culturale d’epoca sovietica che ancora vi galleggiava, perché nessuno aveva avuto la voglia di smontarla ben due anni dopo il tracollo sovietico (s’intravedevano le opere dallo spiraglio della porta chiusa con un lucchetto già arrugginito). La data di chiusura, 8 agosto 1991, precedeva di una mesata la fine dell’Urss e l’inizio del regno di Islam Karimov, che ancora tira avanti tra una rivolta fondamentalista e l’altra e plateali alleanze filoamericane che cessano subitamente per lasciar riaffiorare quelle russe e minacciare inedita fratellanze cinesi, pronte a riallacciare un’altra via della seta tra Kashgar e Osh via Yurkeshtam.
Che la mostra africana non fosse un’illusione lo confermava anche uno stendardo sbiadito. Ne avevo incrociata un’altra a Damasco una decina d’anni prima e ancor oggi mi chiedo se tra gli artisti mozambicani, etiopi e di qualche altro alleato sovietico in Africa che avevo visto distrattamente a Damasco e non avevo potuto vedere a Tashkent perché il museo era chiuso da pochi giorni e avrebbe riaperto dopo una ventina d’anni, non ci fosse stato anche qualcuno tra quelli che avrei conosciuto di lì a poco a Maputo, a Dar Es Salaam, a Addis Abeba viaggiando con Sarenco.
Conoscevo Sarenco dalle mie prime frequentazioni veronesi alla metà degli anni ‘80, ma l’avevo perso di vista dopo che si era trasferito in Africa per sfuggire agli impicci e soprattutto all’agonia delle avanguardie in cerca di una riconversione postmodern o per meglio dire postmortem. In Africa il nostro aveva ritrovato, in un’ancora semisconosciuta scena contemporanea dell’arte, quel gusto per il rischio e l’avventura che era stato delle avanguardie nostrane. Qualche mese dopo l’avrei rincontato per caso a Verona nella tipografia di Adriano Parise (l’editore di questo catalogo) insieme a Richard Onyango e sarebbe iniziata una connection afro-asiatica che ancora perdura.
Esther Malhangu e Almagul le avrei incontrate in seguito soltanto in Europa, dove l’artista Ndebele circola di tanto in tanto con i suoi abiti tradizionali che bloccano regolarmente il traffico di Milano; l’artista kazaka con quel suo stare bene al mondo che è il lascito più forte dei suoi antenati turko-mongoli, che il mondo lo conquistarono manu militari. Liliana Malta l’avrei conosciuta alcuni anni dopo grazie a Graziano Marini che è presente in questa biennale con quadri lirici e insieme sferzanti, dove colore e storia convivono su un crinale sottilissimo. Sotto la sua casa di allora, a pochi kilometri da Todi, passa la centrale umbra e nei silenziosi pomeriggi estivi era possibile sentir trascorrere, lontani, i rari treni. O forse era la turko-siberiana?